Lorena Isceri è stata rinchiusa nel bagagliaio della sua stessa auto, ha cercato disperatamente aiuto per venti minuti al telefono con le forze dell’ordine e infine è stata precipitata da quaranta metri di altezza lungo l’A1. L’ennesimo corpo straziato su una lista che continua ad allungarsi mentre la società osserva con la consueta, complice assuefazione. E mentre le cronache provano a ricamare sui dettagli morbosi e la politica svuota l’ennesimo minuto di silenzio di ogni significato, un’unica verità deve esplodere senza filtri: Lorena non è stata colpita da un destino cieco, è stata giustiziata dal patriarcato.
Continuare a bollare come “emergenza” o “tragedia della gelosia” quello che è un mattatoio sistematico significa essere direttamente complici dell’aggressore. Non esistono i raptus, non esistono i giganti buoni che “perdono la testa”, né gli uomini travolti da un amore malato. Esiste il diritto di possesso. Esiste una cultura maschile radicata che considera la decisione di una donna di stare senza un uomo come un’offesa da punire con la morte. Il femminicidio non è una follia improvvisa, ma l’atto finale di un sistema di sopraffazione che si nutre di controllo, violenza psicologica, battute e stereotipi quotidiani.
Siamo stanche della compassione istituzionale di facciata, delle panchine rosse usate per le passerelle elettorali e dei soliti dibattiti d’avanspettacolo. Siamo furiose. Lorena ha cercato di salvarsi da sola trovando la forza di chiamare i soccorsi dall’inferno di quel cofano, eppure non è bastato. Uno Stato che non garantisce l’incolumità delle donne è uno Stato colpevole, che si accontenta di piangere le vittime dopo averle lasciate al proprio carnefice.
Spezzare questa catena di sangue richiede una risposta radicale e immediata, senza diplomazia né compromessi. L’educazione all’affettività, al genere e al consenso deve entrare come insegnamento obbligatorio in ogni singola scuola, per smontare fin dall’infanzia l’idea che l’altro sia una proprietà. Misure di protezione, braccialetti elettronici e divieti di avvicinamento devono diventare esecutivi e vincolanti nell’immediato, trattando la parola delle donne come una priorità e non come una fastidiosa pratica burocratica. I Centri Antiviolenza devono ricevere fondi pubblici permanenti e strutturali per continuare a salvare vite senza dover elemosinare risorse. I media devono smetterla di riabilitare gli assassini e di colpevolizzare le vittime con narrazioni tossiche e giustificazioniste.
Non vogliamo i vostri fiori e non ci accontentiamo più di un semplice “basta”. La rabbia per l’uccisione di Lorena deve trasformarsi in una presa di coscienza collettiva e in un’azione politica permanente. Pretendiamo di smantellare questa cultura patriarcale dalle sue fondamenta per restituire a ogni donna la sola cosa che conta: il diritto di vivere libera e senza aver mai più paura.
